#IlBalconeDiTIMP: oggi salutiamo Cosmin Yogi

Oggi ritorniamo al balcone di TIMP, era da un po’ di tempo che non ci affacciavamo. Vi mancava tanto quanto a noi? La verità è che non abbiamo avuto scelta, visto che è dal balcone che abbiamo chiacchierato con Cosmin Yogi, praticante e maestro di Ashtanga Yoga.
Cosmin imparte lezioni sia in presenza che online, e adatta tutte le sessioni alle necessità fisiche e fisiologiche di ogni partecipante. 

Cosmin, quando è arrivato lo yoga nella tua vita?

Il mio primo contatto con lo yoga è stato da piccolo, quando mi fecere una diagnosi di asma. Il mio medico mi diede di nascosto un libro di yoga per iniziare a praticarlo per migliorare la mia salute, sembrava qualcosa di proibito, visto che eravamo in un regime in cui ogni attività spirituale era illegale. Poi, con il tempo smisi, ma dopo un periodo un po’ turbolento, dopo l’università, trovai di nuovo l’equilibrio.  

Ti consideri uno yogin non tradizionale, in un ambiente non tradizionale… 

Non siamo in India, ma in Italia. L’ambiente consueto di uno yogin è essenzialmente in India. Per cui non sono uno yogin tradizionale. Ascolto musica reggae e ho una famiglia. Faccio cose diverse rispetto alla vita di un rinunciatario. 
Il mio maestro, Manju Jois, figlio di Pattabhi Jois, colui che disegnò l’Ashtanga yoga, proviene da una famiglia bramina, e nonostante ciò, ripete sempre «ci prendiamo troppo sul serio». Bisogna adattare la pratica al nostro ambiente, alle nostre capacità, alle nostre vite. L’immagine dello yogin vestito di bianco non esiste. La figura reale di uno yogin era quella di un rinunciatario, uno sciamano che viveva nei boschi e dedicava la sua vita a sperimentare varie tecniche per raggiungere l’estasi. 
Mi chiedo, che cos’è lo yoga realmente? Se la tua intenzione è quella di vivere come un sacerdote, rinunciare a tutto, allora dovrai andare a vivere nei boschi e chiuderti in una caverna per praticare. Lo yoga è sedersi su di una stuoietta a praticare, osservando se stessi, stare con il proprio «io», osservare come funziona la mente, il corpo, e cercare di conoscere se stessi.

Perché ha suscitato tanto interesse lo yoga dopo la pandemia? 

La gente cerca lo yoga per curarsi, ma non è totalmente corretto. La cura è solo un effetto secondario. La cura può succedere, non deve essere l’effetto principale.  
Si può iniziare così perché non tutti conoscono l’essenza reale dello yoga, ma è importante apprendere che non esiste solo per curarci ed essere contenti con il nostro corpo, perché siamo molto più che corpo fisico. 

Puoi raccontarci che cos’è l’Ashtanga yoga?

Nella seconda metà del secolo XX, un maestro di sanscrito, Pattabhi Jois, alunno e discepolo di T. Krishnamacharya ed uno dei pilastri del rinascimento dello yoga moderno, utilizzò questo sistema come base dei suoi insegnamenti.
Era l’epoca di trasformazione dell’India, in cui gli indù cercavano la propria nazionalità, riscoprendosi dopo tanti secoli di occupazione britannica.
Durante quest’epoca, i maestri di yoga come Krishnamacharya cercavano la stessa cosa, ciò che le persone entrassero di nuovo in contatto con le proprie radici, poiché gli indù dopo tanto tempo di convivenza con gli inglesi, non le conoscevano. 
Per quanto riguarda gli yogin, in India si sapeva dell’esistenza di uomini strani che vestivano come mendicanti ed erano riconosciuti come uomini sacri. La gente portava loro rispetto, ma nulla più. La vera immagine dello yogin era questa: un uomo nudo, pieno di polvere e girovago. L’immagine che conosciamo del maestro vestito di bianco che emana luce è un’invenzione. Ma nel secolo XX si marcò questo stereotipo per attrarre più persone. Chi avrebbe voluto relazionarsi con un mendicante?  
Krishnamacharya era un uomo distinto, un erudito: aveva 7 dottorati, sapeva parlare, spiegare e proiettare quest’immagine dello yoga agli altri. Patanjali imparò e praticò con lui, ed in seguito, lo nominò Ashtanga yoga.
Per dedicarsi allo yoga, dovette lasciare la scuola di sanscrito ed iniziare a vivere come un uomo povero, ciò nonostante, era per lui molto gratificante, poiché tutti gli si rivolgevano per curarsi.

Come si diffuse l’Ashtanga yoga?

David Williams fu uno dei primi nordamericani a studiare Ashtanga. Verso gli anni 70 viaggiò in India, dove vide il gruppo di Pathabi praticare yoga. Subito provò a contattare Patanjali, figlio di Pathabi, che gli disse che avrebbe parlato con suo padre per insegnargli. Fu così che David Williams portò l’Ashtanga Yoga negli Stati Uniti. Quando tornò dall’India e cominciò ad insegnare, tutti volevano praticarlo, perché faceva sentire molto bene. Fu così che divenne una disciplina molto famosa. 

Molti maestri iniziarono ad utilizzare strategie di marketing per rendere più attraente questa disciplina. Raccontavano leggende, le chiamavano millenarie… Ma in realtà non è una pratica antica, è moderna e creata dal genio Kkrishnamacharva.
Arrivata in occidente, si diffuse rapidamente, poiché era qualcosa di diverso e molto strano, che portava il corpo ad uno stato di salute ottimo e in forma. Essendo un esercizio così fisico, fu subito ben accolto.
E siamo di nuovo al punto di partenza, perché c’è molto di più: pratiche interne che non si vedono, che non si possono mostrare attraverso le reti sociali, perché non hanno corpo. Viviamo in un tempo in cui l’edonismo è alla sua massima espressione. Quest’epoca deve cambiare, le persone devono capire che siamo molto più di un corpo. 

Chi può praticare l’Ashtanga yoga?

Consiglierei a tutti di praticare l’Ashtanga yoga, ma è molto importante che trovino un buon maestro. Un buon maestro è colui che si adegua ai suoi alunni, e non viceversa. 
Molti credono che sia qualcosa di rigido e che bisogna adattarsi alla pratica. Ma è proprio il contrario, qualsiasi pratica genuina dello yoga deve adattarsi a chi la svolge, e non viceversa. Un vero maestro di adatta a te e ti insegna a partire dal tuo punto di vista. 

Non ci sono maestri buoni o cattivi, esistono solo maestri con molta o poco esperienza. Un maestro realizzato e con una lunga esperienza riuscirà ad insegnarti in modo da farti capire tutto ciò di cui hai bisogno per trarre beneficio dalla pratica. Ma un maestro poco flessibile ti dirà in maniera rigida il modo in cui devi fare le cose. Ma questo non ti darà pace, al contrario, sarai più teso.  

Da quale prospettiva si deve insegnare lo yoga?

La cosa più importante è insegnare con il cuore, direttamente dalla propria esperienza, non da un libro. Come maestro devi mostrare ciò che sei. Infatti, non si tratta di insegnare quanto di trasmettere. 
Quando sono con i miei praticanti, penso che sto condividendo ciò che mi piace con gli altri. Alla fine della pratica, la meditazione in gruppo ha senso fino ad un certo punto. 
Qualsiasi praticante serio di spiritualità, sa che la reale trasformazione si verifica in solitudine. Se la si considera qualcosa di positivo, essere felici in solitudine è una benedizione. 

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